Al peggio non c'è fine.
di don Paolo Farinella

Il segno del degrado ha raggiunto il punto di non ritorno con la nomina di
Giuliano Amato a giudice costituzionale da parte dell’imperatore usurpatore,
Giorno II, re di Libia e negus di Abissinia. Per gradire, Amato è un politico
«quadrilatero»: ha servito Craxi, latitante e ladro di Stato; ha una pensione
di 30 mila euro al mese, quanto un operaio e mezzo guadagnano in un anno; ha
contribuito attivamente come presidente di due governi e ministro del tesoro ad
affossare l’economia italiana e infine è l’uomo adatto per riportare la Corte
alla totale dipendenza della politica e segnatamente del Quirinale.
Il messaggio che re Giorgio II manda al Paese è uno solo: Amato è una garanzia
di qualsiasi compromesso, è un avviso a Berlusconi di solidarietà, è un
messaggio ai Giudici: i politici non si toccano. Quale altro senso ha una
nomina, in questo momento, in questo frangente, in queste condizioni? Se
l’imperatore d’Abissinia avesse voluto mandare un segnale forte e chiaro che la
legalità è la sua stella polare non avrebbe forse dovuto nominare, sì, proprio
adesso, una figura integerrima e lontana da ogni scandalo, da ogni compromesso,
da ogni contiguità con la delinquenza politica e il malaffare invece di
risuscitare Amato che fornicò con Craxi, finché fu potente? Avanti,
Gerontocrati, correte a quattro zampe verso il ringiovanimento delle
Istituzioni e il cambio generazionale perché voi vivrete fino a 120 anni perché
dovete essere certi e sicuri di spolpare l’osso dell’Italia che muore per colpa
vostra.
Che colpo se il «dio» d’Italietta, il Napolitano Giorgio II avesse nominato un
giurista di fama che portasse un valore aggiunto alla Corte con il messaggio
esplicito: le Istituzioni non sono lo zimbello di chi ha l’arroganza dei voti
«rubati», ma sono materia seria e sono amministrate da persone serie. La
Giustizia è il senso dell’Italia e deve essere tutelata dai ladri e dai
delinquenti che, pur condannati in terzo grado, pretendono salvacondotti e
agibilità politiche al di fuori di ogni legge.
Con questa nomina, Napolitano, proprietario del condominio governo-parlamento,
ha gettato la maschera e si schiera dalla parte della delinquenza dalle larghe
intese, pur di salvare un ladro e un corrotto, evasore fiscale di quello Stato
a cui ha giurato fedeltà e dipendenza.
Da questo momento ripudio anche il presidente della non-repubblica, fondata
sulle fisime e sulle fobie di un presidente che si crede «padreterno». Speriamo
che almeno abbia avuto il buon gusto di suggerire al «sottil dottore» di
rinunciare di sua iniziativa allo stipendio da membro della Corte
costituzionale, perché di suo già ci frega 32 mila euro all’anno. Se dobbiamo
sopportarlo, alla faccia di Napolitano, che almeno lo faccia gratis e ci sia
consentito di non averlo in carico fino alla fine dei suoi giorni e anche
oltre, visto che la reversibilità spetta alla moglie. Credevamo di esserci
liberati di Craxi, delinquente in contumacia, invece ci siamo cuccati, Craxi,
Amato e poi l’apprendista discepolo e maestro, Berlusconi e ora di nuovo Amato
che è come un diamante: per sempre.
PS. Mi dispiace per la figlia di Berlusconi, Barbara, figlia di secondo letto,
che difenda a spada tratta e con borsa griffata il cotanto padre. La capisco e
la comprendo: senza quel padre non sarebbe stata invitata all’Ambrosetti tra il
gotha della finanza e cosa ancora più interessante non avrebbe tutti i milioni
di cui dispone senza esserseli guadagnati nemmeno sognando. «Mio padre non è un
delinquente. La sua storia è la storia di un imprenditore». Certo, la tata l’ha
cresciuta nelle favole e nella bambagia, per cui non si è nemmeno accorta che
la guardia del corpo suo e della villa dove stava, era il mafioso Mangano che
garantiva il patto d’acciaio tra il suo paparino e la mafia. Ne sa qualcosa la
berlusconina Barbara? Lo sa da dove prese i soldi il papà, la cui storia
sarebbe quella di un imprenditore? Capisco che ci mangia, ma abbia almeno il
pudore e il buon senso di tacere perché un bel tacer non fu mai scritto.
(14 settembre 2013)